La Bastida di Sorres 2026: rievocazione storica a Borutta
La Bastida di Sorres: quattro giorni di Medioevo sul colle di Borutta
Dal 17 al 20 settembre 2026, Borutta (Sassari). Ingresso al borgo libero; visite guidate e alcune attività a pagamento. Si arriva dalla SS 131, uscita verso la SP 130: due chilometri di curve e si è sul colle. Il paese conta 284 abitanti e sta a 491 metri sul livello del mare. Per quattro giorni ne ospiterà molte volte tanti.
Settembre in Sardegna è la stagione che i sardi si tengono per sé. Il mare è ancora caldo ma le spiagge si svuotano, i prezzi scendono, e l’entroterra — che ad agosto nessuno guarda — torna ad essere il posto dove succedono le cose. La Bastida di Sorres cade esattamente in quella finestra.
Cosa si rievoca, e perché qui
Sul poggio a nord-est del monastero di San Pietro di Sorres, nel Trecento, gli Aragonesi costruirono una bastida: una cittadella fortificata, tirata su in fretta per controllare un territorio che non era loro. Non ne resta niente. Nessun rudere, nessuna pietra in piedi. La sua posizione è stata ricostruita dagli studi del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari incrociando le fonti d’archivio catalano-aragonesi, e cade proprio lì, sul rilievo che domina la valle e la viabilità medievale.
La fortezza fu distrutta nel 1334. Quell’anno i Doria — la famiglia genovese che da generazioni si muoveva nel nord dell’isola come in casa propria — tentarono di riprenderla. La cronaca dello scontro ha un finale che nessuno inventerebbe: i Doria avevano la vittoria in mano, poi arrivò l’esercito aragonese guidato da Bernardo Senesterra insieme al contingente arborense, allora ancora alleato dei catalani, e furono messi in fuga. La rappresaglia che seguì colpì otto villaggi attorno a Sorres.
È questa la battaglia che torna in scena ogni anno, con centinaia di figuranti in armatura e Brancaleone Doria a guidare la carica.
C’è una cosa che vale la pena dire su questa rievocazione, e che la distingue da molte altre in Italia: qui il campo di battaglia non è una piazza attrezzata per l’occasione. È il luogo esatto. La cattedrale che si vede sullo sfondo dei combattimenti è la stessa che quei soldati vedevano, ed era già vecchia di un secolo quando arrivarono.
Il programma, giorno per giorno
Giovedì 17 settembre — Apertura dell’accampamento medievale. Le tende, le forge, i banchi degli artigiani: il campo viene ricostruito nel dettaglio e resta abitato per tutti i quattro giorni da persone che ci vivono davvero, cucinano, lavorano il ferro e il cuoio.
Venerdì 18 settembre — Scene di vita quotidiana trecentesca nell’accampamento. Nel pomeriggio la vestizione del cavaliere, pezzo per pezzo, con la spiegazione di ogni singolo elemento dell’armatura: è uno dei momenti che i bambini guardano senza fiatare. In serata il processo pubblico a un reo confesso, ricostruito sulle procedure giudiziarie dell’epoca.
Sabato 19 settembre — La giornata piena. Corteo storico per le vie del borgo, sbandieratori, danze medievali, musici e giullari. Gara di tiro con l’arco. Il falconiere con il volo dei rapaci — che all’aperto, con la valle sotto, è un’altra cosa rispetto a una dimostrazione in piazza.
Domenica 20 settembre — La rievocazione della battaglia, il momento centrale dell’evento. Chiusura con le dimostrazioni di lavorazioni artigianali e la preparazione dei dolci tipici.
Il programma dettagliato con gli orari viene pubblicato dal Comune di Borutta nei giorni precedenti l’evento. Conviene controllare prima di partire.
Accanto alle rievocazioni, per tutta la durata della festa: giochi medievali e laboratori creativi per i più piccoli, e visite guidate alla cattedrale, al museo, alla grotta Ulàri e alla mostra delle torture medievali.
Borutta: il paese che si chiama “grotta”
Nel Medioevo questo villaggio si chiamava Gruta. Dal latino, grotta — per la cavità che si apre nel versante appena sotto la chiesa. Con il tempo le consonanti iniziali si sono scambiate di posto e Gruta è diventata Borutta. Il nome del paese, letteralmente, è il nome di un buco nella roccia.
Quel buco è la grotta Ulàri, e la ragione per cui il paese porta il suo nome è che ci abitavano: i reperti trovati all’interno raccontano una frequentazione che parte dal Neolitico recente, attorno al 3500 a.C. Cinquemila anni e mezzo di storia continuata sullo stesso colle.
Il centro storico è di trachite — la pietra vulcanica della zona, che con la luce di settembre passa dal grigio al rosa. Si gira in venti minuti: case rurali, fontane storiche, e una serie di murales che raccontano la vita contadina del paese. Non c’è niente di monumentale e non è quello il punto.
C’è però una storia che a Borutta si racconta ancora, e che vale il viaggio da sola. Il 10 marzo 1946 il paese elesse sindaco Ninetta Bartoli, e fu la prima donna sindaco d’Italia. Restò in carica fino al 1958. Nella fotografia ufficiale del primo giorno di mandato indossa il costume sardo. Fu lei, insieme all’arcivescovo di Sassari monsignor Arcangelo Mazzotti, a battersi perché il complesso di San Pietro di Sorres — allora in abbandono da secoli — venisse restaurato e affidato a una comunità religiosa: ci mise anche denaro proprio. È sepolta nel cimitero del paese.
La cattedrale di San Pietro di Sorres
Sta un chilometro fuori dal paese, in cima a un rilievo vulcanico a circa 540 metri, dietro un piazzale ampio. La si vede da lontano, e da lontano non si capisce quanto sia grande: trentatré metri di lunghezza, tredici di larghezza, undici di altezza. Dimensioni da cattedrale, perché cattedrale era — sede della diocesi di Sorres, documentata dal 1112 al 1503.
La facciata è il motivo per cui questa chiesa è, insieme alla Santissima Trinità di Saccargia, la più conosciuta del romanico sardo. È costruita alternando basalto nero e calcare bianco in fasce orizzontali, secondo il modo pisano-lucchese, e divisa in cinque segmenti da archi ciechi su pilastri. Nei riquadri laterali corrono decorazioni a losanghe e “rose pisane”, intagliate abbastanza in profondità perché l’ombra le disegni. Il materiale è pietra calcarea e roccia vulcanica portata dalle cave di Torralba, a pochi chilometri.
Dentro cambia tutto. Tre navate, volte a crociera in pietra vulcanica, pilastri bicromi — e un bianco quasi accecante sulle pareti nude. Fuori è una chiesa decorata; dentro è una chiesa vuota, e l’effetto del passaggio è la cosa che i visitatori ricordano. Si conserva un plùteo marmoreo con ruote intarsiate, di fine XII o inizio XIII secolo.
Sulla data di costruzione si è discusso per un secolo. L’analisi delle murature indica due fasi, una nella seconda metà dell’XI secolo e una nella seconda metà del XII. La risposta è arrivata nel 1966, quando è stata trovata un’iscrizione: l’edificio attuale fu completato nel 1221, da un Maestro Mariane.
Dietro l’impresa c’è Goffredo da Meleduno, monaco cistercense francese, vescovo di Sorres dal 1171 al 1178, che ne promosse la costruzione. La sua tomba è nella navata sinistra, con un sarcofago scolpito che ne porta l’effigie; è ancora meta di devozione.
Poi la lunga discesa. Dal Trecento, con l’arrivo degli Aragonesi, il villaggio di Sorres fu distrutto — tutto tranne la chiesa — e gli abitanti si spostarono nei paesi vicini, Borutta compresa, che divenne residenza del vescovo. Nel 1503 la diocesi venne soppressa e incorporata nell’arcidiocesi di Sassari. Il capitolo della cattedrale continuò a celebrare nella chiesa fino a quando l’ultimo canonico morì. Monumento nazionale dal 1894, la chiesa fu restaurata nel 1895 — un intervento che ne alterò l’aspetto originale, inventando di sana pianta parte delle decorazioni sui peducci.
Nel 1950 il complesso fu affidato ai monaci benedettini di Parma; nel 1955 la comunità si insediò; nel 1974 arrivò lo status di abbazia. È l’unica abbazia benedettina dell’isola. Oggi la comunità è composta in gran parte da monaci vietnamiti, che si sono inseriti nel paese senza attriti — un dettaglio che dice qualcosa su Borutta più di molte descrizioni.
Per visitare: la chiesa è aperta al pubblico. Il museo, ricavato nel 2011 nell’ex foresteria del monastero, si sviluppa su due piani con arte sacra di epoche diverse, una collezione numismatica e una sezione archeologica; biglietto 3 euro, ridotto 2 per scuole e gruppi oltre le 20 persone, prenotazione necessaria e orari non continuativi. Chi vuole fermarsi può dormire nella foresteria del monastero, aperta tutto l’anno con mezza pensione o pensione completa.
La grotta Ulàri
Si apre nel versante sotto la chiesa, in un affioramento calcareo del Miocene: la roccia ha tra i sette e i dodici milioni di anni. Due ingressi portano a una galleria principale di circa 190 metri in leggera salita; con i rami secondari lo sviluppo supera i 350 metri.
Il vero contenuto della grotta, però, non è geologico. Ci vivono e si riproducono cinque specie diverse di pipistrelli, ed è la colonia più numerosa della Sardegna. Per questo la cavità è Sito di Interesse Comunitario e l’ingresso è chiuso da un cancello: si entra solo con visita guidata, ed è giusto così. Durante la Bastida le visite sono organizzate.
Cosa vedere intorno: il Meilogu e la Valle dei Nuraghi
Borutta sta nel Meilogu, la regione storica di colline vulcaniche tra Sassari e il Logudoro. È un paesaggio che non somiglia alla Sardegna delle cartoline: nessun mare, altopiani coltivati, coni vulcanici spenti, paesi piccoli e distanti pochi chilometri l’uno dall’altro.
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Nuraghe Santu Antine, Torralba — 10 minuti. Uno dei nuraghi maggiori dell’isola, torre centrale in blocchi ciclopici, tre piani. Sta al centro di quella che si chiama Valle dei Nuraghi per una ragione statistica: la concentrazione di monumenti nuragici qui è tra le più alte della Sardegna.
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Torralba — 10 minuti. Il paese delle cave da cui è venuta la pietra della cattedrale.
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Thiesi — 10 minuti. Il centro più grande della zona.
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Bonnanaro, Cheremule, Bessude — i comuni confinanti, tutti entro un quarto d’ora, ognuno con le sue domus de janas e le sue chiese campestri.
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Sassari — 30 chilometri, circa 40 minuti. Il centro storico, il Duomo, il museo Sanna. Chi visita Sassari e dintorni può tenere Borutta come tappa di mezza giornata.
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Santissima Trinità di Saccargia — 25 minuti. L’altra grande chiesa romanica del nord Sardegna, con cui San Pietro di Sorres va vista in coppia: sono i due poli dello stesso linguaggio architettonico.
Informazioni pratiche
Come arrivare. Da Sassari, SS 131 direzione Cagliari, uscita per Thiesi-Borutta, poi SP 130: 40 minuti. Da Alghero circa un’ora, dall’aeroporto di Olbia un’ora e quaranta, da Cagliari due ore e mezza. Per la cattedrale: dal centro di Borutta un chilometro verso la SS 131, svolta sulla SP 130, due chilometri di curve.
Parcheggio. Ampio piazzale davanti all’abbazia, con posti per auto e bus. Nel borgo, durante l’evento, conviene lasciare l’auto all’ingresso del paese.
Dove dormire. La foresteria del monastero è l’opzione più caratteristica e va prenotata con largo anticipo, soprattutto nei giorni della Bastida. Altrimenti agriturismi nel raggio di dieci chilometri, o Sassari e Alghero per chi vuole una base più grande.
Con i bambini. Sì, ed è uno dei pochi eventi in cui questo non è una formula di cortesia: giochi medievali, laboratori, il volo dei rapaci e la vestizione del cavaliere sono pensati per loro. Il percorso nel borgo è breve. La grotta richiede scarpe chiuse.
Cosa portare. Scarpe da camminata: il colle è in pendenza e il selciato è irregolare. Una felpa per la sera — a 500 metri, a settembre, dopo il tramonto la temperatura scende.
Perché settembre
Chi conosce la Sardegna sa che i due mesi migliori sono maggio e settembre, e settembre di più. L’acqua è alla temperatura massima dell’anno per inerzia termica, i voli costano la metà di agosto, i ristoranti tornano a servire chi vive qui. Ed è la stagione in cui i paesi dell’interno riprendono il loro calendario: sagre, feste patronali, rievocazioni.
La Bastida di Sorres è il modo più diretto per capire che la Sardegna oltre il mare non è un premio di consolazione per giornate di maestrale. È un’altra isola, con cinquemila anni di storia addosso, e a settembre è al suo meglio.
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